Generazione Letta

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Generazione Letta

Von Marco Belpoliti, doppiozero - 06.01.2014

In giacca e cravatta, in piedi davanti alla tribuna, con dietro l’albero di Natale e le lucine sfavillanti a intermittenza, Enrico Letta ha proclamato il 2013 l’anno della svolta generazionale.

Di colpo, ha detto, l’Italia ha recuperato trent’anni nel calendario. Parlava, naturalmente di se stesso (classe 1966), di Angelino Alfano (classe 1970) e Matteo Renzi (classe 1975).

Da qualche tempo il tema della generazione è diventato un refrain in molti discorsi, visto il permanere di un blocco lunghissimo nel ricambio della classe dirigente. Punto e a capo? Forse sì, anche se resta da capire cosa sia esattamente una generazione, e di quale generazione parli Letta nel suo orgoglioso discorso di fine anno.

Enrico Letta
Enrico Letta

Una prima risposta la possono fornire i dizionari etimologici. La definizione canonica è: “atto del generare fondamentale per far proseguire la presenza degli umani nel mondo”, ovvero “la discendenza di padre in figlio”; cui segue: “l’insieme di coloro che hanno all’incirca la medesima età”; e infine una terza definizione: “tutti coloro che pur avendo età diversa vivono nello stesso periodo di tempo di cui si parla”.

La parola sarebbe entrata nella lingua italiana attraverso Carlo Cattaneo nel 1869, tuttavia con ogni probabilità la sua origine rimonta ad August Comte. Il filosofo francese, padre del Positivismo, cercava nell’Ottocento di definire il ritmo del progresso seguendo una legge di successione delle generazioni, fondata sulla durata media della vita umana. A quale di queste tre definizione allude Letta? Senza dubbio alla seconda.

Loredana Sciolla introducendo un famoso testo di Karl Mannheim, sociologo e filosofo tedesco, pubblicato nel 1928, Le generazioni (il Mulino), si è posta una domanda: i giovani che nel 1968 avevano tra i 16 e i 30 anni, e anche oltre, costituiscono la “generazione del Sessantotto”? E per le generazioni successive, degli anni Ottanta e Novanta, quale riferimento storico o di cronaca bisogna assumere per definirle? E ancora: quali altre generazioni esistono, se il ritmo delle generazioni è computabile in trent’anni? Karl Mannheim spiega che il dato biologico, il succedersi di vita e morte, non è sufficiente a definire le generazioni.

La generazione è prima di tutto una categoria sociologica e va pensata in analogia con la categoria di “classe”, di cui per altro sembra aver preso il posto almeno in Occidente. Sintetizza Sciolla: “L’affinità tra gli individui dipende cioè dal disporre di uno spazio storico-sociale limitato di esperienze possibili che comporta la tendenza a comportarsi, sentire e pensare secondo modalità o stili specifici e riconoscibili”. In altre parole, è il fattore “tempo” ad apparire significativo. Ma quale tempo? Non quello che separa una generazione dall’altra, piuttosto quello che si addensa nelle esperienze soggettive. Mannheim fa al riguardo un’affermazione interessante: la generazione produce la “non contemporaneità del contemporaneo”.

Nello stesso tempo cronologico, spiega, vivono generazioni diverse, ma poiché il tempo reale è solo quello vissuto nell’esperienza, “esse vivono propriamente tutte in un tempo interiore completamente diverso dal punto di vista qualitativo”. Per spiegare il concetto, il sociologo tedesco cita uno storico dell’arte, Wilheim Pinder, studioso del Barocco, che si è posto il problema delle generazioni artistiche.

Pinder ha scritto: “Ognuno vive con coetanei e con non-coetanei in un complesso di possibilità contemporanee. Per ciascuno lo stesso tempo è un altro tempo, ossia un’altra epoca di se stesso, che egli ha in comune solo con coetanei”. Una frase all’apparenza oscura. In realtà, vuole indicare che ogni momento temporale è uno spazio a più dimensioni, esperito da diversi gruppi di generazioni esistenti in modo differente. Si tratta di un tempo polifonico in ogni suo momento, che comporta, secondo il critico d’arte, la necessità di individuare le singole voci delle singole generazioni, che continuamente raggiungono quel momento. Riconoscersi in una voce significa, scrive Karl Mannheim, esattamente fare l’esperienza del “non contemporaneo del contemporaneo”. Un concetto che è stato ripreso di recente da Giorgio Agamben nel suo Che cos’è il contemporaneo? (Nottetempo).

Non tutti quelli che vivono nel medesimo periodo condividono infatti la medesima storia: possono anche non essere toccati dagli stessi eventi esteriori. La generazione è selettiva, per quanto età diverse possono vivere i medesimi avvenimenti con analoghe reazioni. Marc Bloch in Apologia della storia identifica la generazione come coloro che si appassionano alla medesima disputa pur schierandosi su posizioni opposte (si pensi alla Resistenza e alla generazione perduta di Salò). L’unità di una generazione consisterebbe inoltre nella comunione delle influenze (film, canzoni, libri, comportamenti, mentalità, valori, ecc.). Questo è uno degli aspetti essenziali per definire una generazione: la comunione. Ciò che determina il costituirsi di una generazione è dunque l’essere esposti ai medesimi avvenimenti cruciali in età giovanile.

Mannheim ragionava a partire dalla generazione romantica, quella che aveva vissuto una decisiva rottura rispetto alle precedenti; la Rivoluzione francese e la Restaurazione avevano interrotto la sequenza tradizionale della “trasmissione ereditaria”, che è la prima e più diretta definizione di “generazione”. L’“unità generazionale” avviene dunque attraverso una frattura, uno scarto. Sono i “soggetti collettivi” che provocano la rottura a portare “nuovi valori e stili capaci di aggregare, in situazioni favorevoli, individui appartenenti a generazioni precedenti o posteriori” (Sciolla). Così è accaduto nel Sessantotto, di cui si è sentita per almeno per due decenni l’onda lunga. Ma non è detto che ogni generazione sviluppi una vera identità distintiva.

Non sempre esistono generazioni nel continuum storico, quanto piuttosto il succedersi di differenti classi di età. Si è finito per identificare la giovinezza tout court con l’idea di generazione. A partire dagli anni Ottanta del XX secolo, l’effetto di rottura non ha più costituito un elemento centrale nella definizione delle generazioni. È subentrato piuttosto come collante l’omologazione, per dirla con Pasolini, portata dalla crescita abnorme del fenomeno del consumo: le merci, gli oggetti, gli stili di vita, hanno identificato progressivamente le generazioni; anzi, le hanno prodotte così come si produce un marchio o un brand commerciale. Un processo iniziato negli anni Sessanta, ma compitosi proprio negli anni in cui si sono formati politici come Letta e Alfano, e persino Renzi.

Non è dunque più lo scarto, bensì l’omogeneità tra coetanei, per quanto all’interno di dinamiche che hanno visto le diverse classi di età tese a differenziarsi tra di loro. Negli ultimi trent’anni si sono sviluppate le “unità di generazione”, come le chiamano i sociologi, in cui si esprimono all’interno della medesima classe di età (dieci o venti anni al massimo) posizioni differenti, a volte anche antitetiche. Come ribadisce Mannheim, non ogni generazione sviluppa infatti identità distintive.

Oggi da una definizione sociologica si tende a passare alla definizione biologica, per tratteggiare il profilo di una generazione: i ventenni, i trentenni, i quarantenni, ecc. In questo caso, in assenza di conflitti sociali, o di avvenimenti storici decisivi, torna a essere determinate il fattore biologico, e chi vive più a lungo occuperà più a lungo la scena sociale, culturale e politica, un aspetto che in questi anni è diventato decisivo, e che determina la logica del dominio tra le varie classi d’età.

Quello rivendicato da Enrico Letta  nel discorso davanti allo sfavillante albero di Natale non è un vero cambio di stagione, bensì solo l’avvicendarsi di una classe di età all’altra nella gestione del potere. La gerontocrazia al comando da vari decenni in Italia non ha potuto che cooptare questi quarantenni del tutto simili a loro. Una generazione non-generazione quella del Presidente del Consiglio in carica, altro che il “non contemporaneo del contemporaneo” enunciato dal sociologo tedesco. 

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